Qualcuno, commentandomi, mi ha definito uno scrittore jazz, non ci avevo mai pensato, anche perché non riesco a pensarmi come scrittore, confesso, però, che spesso scrivendo lascio andare la tastiera senza preoccuparmi del risultato. “Stanotte ho sognato
Capraia, un ritorno alla natura, luoghi selvaggi, lunghe camminate, le mucche
sulla spiaggia di Barcaggio …. magnifica vacanza. Ricordi?” Mia moglie mi
guarda con aria di rimprovero per un’altra promessa non mantenuta.
“Freud sosteneva che
nel sogno sia possibile raggiungere l’appagamento di un desiderio.”.
Mio figlio scoppia a
ridere: “Papà, ma sei proprio tu? Stai bene? Non ricordo nemmeno l’ultima volta
che ti ho sentito parlare di qualcosa che non fossero numeri, percentuali,
profitti. Addirittura Freud, il vecchio Sigmund sarà stato anche pazzo, ma
almeno un miracolo l’ha fatto”.
Vorrei ribattere, ma
non so da dove cominciare, ripiego sul solito sorriso, superfluo probabilmente,
ognuno di noi é già rientrato nella propria dimensione. Un cenno di saluto
mentre la porta si chiude alle mie spalle.
La mia giornata ha
inizio.
Tutti i giorni da
venticinque anni percorro questo tratto di strada. Non ho mai preso in seria
considerazione l’idea di trasferirmi in città, questi trenta chilometri col
tempo, sono diventati quasi una necessità. Non ho bisogno di concentrarmi, le
forme degli alberi, le costruzioni abbandonate, le macchie dei paesi che
s’intravedono in lontananza sono riferimenti più che sufficienti. Entro in un
tunnel e mi lascio trasportare.
Radio spenta, meglio
non avere troppa fretta di calarsi nella realtà, ho imparato ad amare il
silenzio, soprattutto al mattino mentre il ritorno é diverso, impossibile
evadere, é il momento del riepilogo, ripercorro gli eventi della giornata,
ricostruendoli con grande precisione, guidare non mi disturba, anzi, mi
concentro con più facilità. Rielaboro mentalmente il programma, se necessario
appena metto un piede in casa telefono ai miei collaboratori, aggiorno l’agenda
e verifico il contenuto della borsa. Tutto perfettamente organizzato. I miei
figli mi sfottono per queste, che loro definiscono manie, figuriamoci se ne
conoscessero i particolari.
Ma che male c’è nel voler iniziare la giornata dedicando
un po’ di tempo a sé stessi? C’è chi fa yoga, chi tapis roulant, chi ….
Liberare la mente e
sognare, devo ricordarmi di verificare se Freud abbia sviluppato una teoria
anche per i sogni a occhi aperti. Ripenso a mio figlio, il sorriso si fa più
amaro, ma scaccio subito il pensiero, non voglio rovinare anche questo momento.
Attimi quasi intimi, poche scaglie di tempo, che non dedico agli altri. Adoro i
miei figli, mia moglie, i miei genitori, spesso, però, sempre più spesso, mi
sento prigioniero. Una sensazione forte, consapevole, niente a che vedere con
la psicologia spicciola di quei settimanali che ti forniscono tutte le risposte
in tre righe. Non sono infelice, non sono depresso, non mi sento soffocare,
semplicemente, vorrei di più, vorrei vivere più vite contemporaneamente,
entrare e uscire da una porta virtuale. Non mi rassegno all’idea di dover
rinunciare a tutto quello che ho costruito (… detta così sembra una stronzata,
ma il pensiero è più nobile …), non ne faccio una questione di giustizia,
semplicemente mi sembra uno spreco che rende l’esistenza insulsa, vuota,
inutile. Non credo in una vita divina, ma sono affascinato dal mistero anche se
i fenomeni paranormali non mi convincono granché. Amo pensare che quella di
Verne non fosse solo fantasia, ma il racconto, la cronaca, di realtà vissute in
un altro tempo, in un'altra dimensione. Una fuga di notizie.
Non una ma tante
realtà a garantire l’eterno. Questo é il modello di vita "oltre", che
mi affascina. Le mie però non sono angosce, non mi lascio opprimere, sono
divagazioni, fantasie che compensano il pragmatismo del mio vivere quotidiano, difendo
i miei momenti di solitudine con ogni mezzo a costo di essere egoista, per
sentirmi libero e assaporare le mie contraddizioni senza dovermi mimetizzare.
Quante volte ho sognato di avere una bacchetta magica! E
se ne avessi una saprei materializzare un sogno? È sempre stato uno dei miei
giochi preferiti. Se avessi la bacchetta magica??!!!
Mi rivedo bambino, steso sul letto, impaziente, occhi aperti e muso
lungo, aspetto che mia madre ponga fine alla tortura del riposino pomeridiano,
guardo per la millesima volta la sveglia sul comodino, macché, non si muove,
allora ricomincio: i miei compagni che mi portano in trionfo dopo un goal
decisivo; una casa di legno sulle rive di un grande fiume in mezzo a una
foresta di alberi altissimi. Laura, la bambina del secondo banco in prima
media. Pensieri che non riesco a trattenere, mi piacerebbe costruire trame
intriganti, ma gli occhi cercano ancora una volta il movimento delle lancette.
No, non saprei materializzare un sogno, ma che importa, la bacchetta magica non
esiste e guai razionalizzare troppo i sogni, definirne con dovizia i
particolari, si finisce per uccidere la libertà.
Il rito del caffè al
bar del paese, l’edicola, i soliti commenti, "giorni sempre uguali" cantava Luigi Tenco, il gioco sta
nell’anticipare ogni mossa col pensiero, una vita un po’ noiosa, ma …. “Cazzo
che nebbia!” un muro quasi invalicabile. Sarà meglio concentrarsi.
La nebbia altro
grande amore, la strada deserta, il silenzio irreale, manca solo la colonna
sonora e potrebbe essere la scena finale de “La prima notte di quiete.” L’ho
rivisto in tv, qualche sera fa, un po’ deludente e dire che allora mi aveva
quasi stregato, i primi anni settanta avevano poteri magici a partire dall’età.
La mente, però, è un motore di ricerca particolare, basta una parola e spazia
anche dove non vorresti, allora ripercorri la trama: un professore di liceo,
apparentemente cinico, disincantato perde la testa per una sua allieva, a far
da sfondo una Rimini notturna molto diversa da quella raccontata da Fellini.
Una storia banale, che il regista è riuscito a rendere accettabile, una storia
finita male, Alain Delon muore in un incidente stradale dopo l’unica notte
d’amore trascorsa con Vanina.
Tu, però, non sei
Valerio Zurlini e i ruoli si invertono, i ricordi si impadroniscono dei tuoi
pensieri, riemergono episodi dimenticati, Giancarlo Giannini, Salvo Randone,
Alida Valli, si mescolano ai volti degli amici persi per strada, rivivi le
delusioni, bussano le paure inconfessate.
“Stronzo, chi ti ha
dato la patente?”. Freno d’istinto, l’auto si blocca, non vedo nessuno, guardo
meglio, un uomo a dieci metri di distanza, forse venti, sta gridando come un
ossesso, mi avvicino e lui si ripete, ma stavolta aggiunge
"vaffanculo", per i più puntigliosi: “Stronzo, chi ti ha dato la patente?
Vaffanculo.”. Ritorno sulla terra, chiudo in fretta tutte le porte, nell’ultima
mi sembra di intravedere Giulio Verne che mi sorride, forse e dico forse, è
solo suggestione. Procedo lentamente fino al parcheggio: una ragazza
distribuisce volantini, dal prossimo mese parcheggiare costerà un po' più caro.
Se avevo dei dubbi sono subito fugati. Rispondo al saluto di un collega, cerco
di ricordare la trama dei miei pensieri mattutini, ma non c’è verso, i problemi
sono già tutti in fila ordinati, è meglio tornare ai numeri, alle percentuali, alla
normalità.
Mi regalo un
sorriso, pensando che, comunque vada, domani mattina m'aspetta la mia ora
d’aria.
Novembre 2008