domenica 12 luglio 2026
ESTATE
giovedì 18 giugno 2026
QUATTRO AMICI ....
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Agosto 2022
lunedì 4 agosto 2025
LA SCONFITTA CHE TI CAMBIA LA VITA
Ricordo tutto nei minimi dettagli, la tribuna costruita per l’occasione, strapiena di appassionati attratti dai nomi in programma, la frenesia degli organizzatori, la camicia bianca prestatami da un amico perché avevo smarrito la valigia, il fiammante scudetto tricolore, la convocazione per i campionati mondiali in Argentina; sognavo ad occhi aperti: fate largo arriva il campione e …. e lei, dietro al banco, bellissima, capelli neri, occhi verdi, un corpo da paura, un culo da leggenda, una meraviglia della natura ….
“Ciao, come stai?” Era girata di spalle, riconobbe la voce, ma a parte un leggero irrigidimento del collo, restò immobile, forse per prendere tempo, per decidere cosa fare: “Sono tentata di risponderti che non sono affari tuoi, ma … sto bene, anche se questo è un incontro che avrei evitato volentieri.”
Certo dieci anni senza farsi sentire erano difficili da motivare dopo una notte come quella e soprattutto dopo un periodo, che non è esagerato, definire da favola. Adesso mi guardava, non c’era odio nei suoi occhi, si muoveva con naturalezza, il tempo sembrava non averla sfiorata, scavando un solco ancora maggiore tra noi. “E tu, come stai?” rimasi in silenzio, non c’era bisogno di parole, cinquantadue anni, una stecca (licenza poetica, perché di stecche ne avevo una soffitta, conservavo anche quelle rotte, con l’idea che un giorno ….) e una vecchia station wagon con cui macinavo chilometri per giocare tornei, sempre meno importanti, dove il mio era ancora un nome conosciuto, qualche vittoria minore e qualche ingaggio nelle tappe del circuito professionisti, chiamato per completare il cartellone: costavo poco, conoscevo tutti e non avevo pretese. A volte mi capitava di azzeccare la serata giusta, di passare qualche turno, di eliminare qualcuno tra i più forti, e allora poteva succedere di giocare contro Zito, Maggio, Rosanna; una vetrina importante, addirittura la televisione, non che questo mi cambiasse la vita, ma significava garantirsi qualche mese senza affanni.
Una stecca e una vecchia station wagon. Tutto qui.
“Perché te ne sei andato?” Ma non mi vedi, ho vent’anni più di te, e gli anni sono l’unica cosa che ho in abbondanza, non ho niente, non so fare niente, con l’ultimo ingaggio ho comprato le lenti a contatto per vedere da sponda a sponda e mi chiedi perché me ne sono andato.
Non sono abbastanza coraggioso per pronunciare queste frasi, preferisco
stare in silenzio, forse perché poi, sono più facili da cancellare.
Era stato così anche allora, prima di iniziare la partita, il responsabile tecnico della federazione mi aveva comunicato che ero stato tagliato, non sarei più andato a Buenos Aires; alla mia età significava aver chiuso, almeno a certi livelli. Inutile precisare che giocai malissimo, non riuscivo a concentrarmi, a scacciare i cattivi pensieri, l’amarezza non era dovuta al taglio o almeno non solo a quello, ricordo che provai perfino sollievo, pensando di non dover affrontare tutte quelle ore di volo, ma ancora una volta avevo accettato tutto senza reagire, senza ribellarmi, sapevo che era un’ingiustizia, avrei dovuto alzare la voce, stavo giocando benissimo, avevo appena vinto una tappa dell’International Trophy, annientato tutti i migliori nel Campionato Italiano e avevo dovuto rinunciare alla semifinale nel Campionato europeo solamente per una colica che mi aveva bloccato in Ospedale per quasi una settimana. Avrei dovuto gridare, ma rimasi in silenzio. Non era certo la prima volta, avevo solamente arricchito la mia collezione: i professori, il mio primo e unico datore di lavoro e adesso il tecnico federale. Naturalmente mio padre.
Mentre infilavo la stecca nella custodia, incrociai il suo sguardo, mi guardava con insistenza, con interesse, senza fare niente per nasconderlo, si avvicinò mentre stavo raggiungendo la porta e mi prese sottobraccio senza dire una parola. Una notte meravigliosa, uno di quei momenti che ti segnano la vita.
“Ho sempre saputo che sarebbe accaduto,” mi disse dopo avermi baciato a lungo. Ogni volta che sbucavi da queste parti, speravo in un gesto, una parola, ma le mie speranze andavano sempre deluse, giocavi, qualche commento, poi te ne andavi, non importa, mi dicevo, prima o poi succederà. Davvero strana la vita, avevo esplorato quel corpo centinaia di volte con la mente, ma non avevo mai azzardato, non avevo trovato il coraggio per avvicinarla, certo non per timidezza, nemmeno la giovane età normalmente mi avrebbe frenato, chissà forse era tutto già scritto. Ero abituato a conquiste facili, gli amori di una notte erano la mia specialità, nella collezione c’era anche qualche tentativo di far durare una storia, qualche illusione, ma niente che assomigliasse a qualcosa di serio.
Compresi subito che questa volta le cose erano diverse, non ci sarebbe stato niente di facile. Seguirono due mesi intensi, straordinari, giocavo a biliardo per ore senza mai toglierle gli occhi di dosso, stavamo insieme tutto il tempo, l’angoscia sembrava avermi abbandonato, ma le favole hanno il lieto fine solo sui libri, almeno così credevo. Non parlavamo mai del futuro, mai un programma a lungo termine, la parola domani sembrava bandita dalle nostre conversazioni. Una notte, l’ultima, facemmo l’amore in continuazione, quasi con ferocia, sentivo il suo disagio, ma non riuscivo a controllarmi, non una parola, sembrava una prova o forse era solamente il tentativo di non pensare; prima ancora che riprendessi fiato lei mi chiese cosa stesse succedendo, “hai fatto l’amore come se fosse l’ultima volta,” mi resi conto che avevo paura, non sapevo perché, ma ero terrorizzato. Non sopportavo l’idea di perdere Francesca, ma sentivo che se fossi rimasto, sarei soffocato, sembrava esserci una forza che mi imponesse di partire, anche se non sapevo per dove, a casa non ci tornavo da tre anni, mia madre mi ripeteva in continuazione che la mia stanza era ancora come l’avevo lasciata, ma dopo la morte di mio padre, avevo perso ogni legame. Mentre mi allontanavo, continuavo a ripetermi di aver fatto la cosa giusta, non posso scaricare su di lei le mie tensioni, i miei fallimenti, le mie fobie, ma era davvero questa la ragione ? Quando mai ero stato così generoso? Perché si fosse innamorata di me, era ed è rimasto un mistero, ma era successo e adesso era tutto diverso.
“ Perché te ne sei andato? “ Era l’unico modo che avevo per dimostrarti quanto fossi importante, riuscii a dire. Non sapevo nemmeno perché fossi tornato in quel posto, non avevo niente da dare, ma nemmeno da chiedere, semplicemente, sentivo l’esigenza di rivedere l’unica donna che avesse contato davvero qualcosa, di rivedere quei luoghi per convincermi che anche uno come me può avere ricordi da custodire.
“ Pezzo di merda, non hai pensato che avessi il diritto di dire la mia?”
Quante volte ero stato sul punto di chiamarla, poi mi dicevo, “lo farò quando sarò riuscito a combinare qualcosa,” ma il tempo passa e tu resti lì, aspettando il miracolo, non puoi nemmeno nasconderti dietro la passione del gioco, un gioco che non ti coinvolge più da tempo, non provi più nessun brivido, vinci e perdi, senza differenza.
Lavorare in una sala biliardi, giocare a pagamento per far divertire i clienti non é molto diverso da qualsiasi altro lavoro, anzi è peggio, ti inaridisce, perché il biliardo non è solamente tecnica, è cuore, carattere, brivido, devi sentire l’adrenalina che ti sale fino al cervello, chi è “fuori” non può capire cosa si prova entrando al Casinò de La Vallée a Saint Vincent, vedere venti biliardi allineati in modo perfetto, un esercito di arbitri, troupe televisive e l’elite del rettangolo verde, otto formidabili stecche che hanno superato un esercito di migliaia di giocatori e adesso si contendono il titolo. Bellutta, Zito, Diomajuta, Maggio, controllano ogni minimo dettaglio, sembrano volersi fondere nell’ambiente. Una volta ho visto Gastone Cavazzana, misurare lo spessore della pedana con il calibro e cambiarsi due volte le scarpe. Quando hai provato tutto questo non puoi più farne a meno, allora resti aggrappato a tutto, ai ricordi, alle speranze, quando non ci credi più, quando anche l’illusione ti abbandona, ti senti svuotato e inutile, incapace di cercare altrove, le ragioni per lottare. Ti chiedi se ne è valsa la pena, ma sono domande senza senso, perché qualsiasi risposta è quella sbagliata.
“Sei sposata?” Mi sarei morso la lingua per la stupidaggine, ma lei non reagì come credevo, anzi non reagì per nulla, sembrava indecisa, le rughe della fronte indicavano che stava pensando intensamente, fece un cenno a qualcuno, prese il giubbotto e mi chiese di accompagnarla, uscimmo dal locale in silenzio, sempre in silenzio camminammo fino al parco: ogni tanto guardava l’orologio, sembrava sempre sul punto di dire qualcosa, ma non parlava, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Improvvisamente mi abbracciò, “Ho sempre pensato che fino a quando la mia rivale fosse rimasta una stecca, avrei potuto farcela.” Poi mi guardò “devi venire con me, forse mi pentirò tutta la vita di questa decisione, ma non posso perdere questa occasione.” Tentai di dire qualcosa, ma mi implorò di stare zitto. Ripercorrendo a ritroso lo stesso tragitto, arrivammo davanti a una scuola proprio mentre un gruppo di ragazzini ripetendo il rituale di sempre: urti, urla, risate, stava riempiendo il cortile, alla fine delle lezioni. Il fracasso non mi impedì di sentire: “Mamma, mamma !”, un biondino corse verso di noi e abbracciò Francesca, sbarazzandosi subito del voluminoso zainetto. Non c’era bisogno di dire niente, sembravamo due gocce d’acqua. Ero svuotato di ogni energia, non riuscivo a reagire, immobile e paralizzato, le domande mi morivano in gola, non riuscivo nemmeno a piangere. Non so perché mi venne in mente mio padre, ma scacciai subito il pensiero, tanto non avrebbe potuto guardarmi in quel modo, non avrebbe più potuto umiliarmi, né farmi paura; avevo bisogno di concentrarmi, non potevo continuare a fuggire.
n.d.a.
I nomi dei campioni che ho citato sono veri, ma le situazioni sono quasi tutte inventate, non credo ci siano molte possibilità che qualcuno di loro legga questo racconto, nel caso, spero non me ne vorrà. Il protagonista o diciamo chi ha ispirato il racconto, è stato davvero un giocatore di stecca, ha sfiorato il grande palcoscenico e ha vissuto tutta la vita sospeso tra realtà e rimpianti.
sabato 12 luglio 2025
IL MIO BILIARDO
Il grande scrittore canadese Mordecai Richler, studioso e grande appassionato di snooker, sosteneva che il biliardo è un gioco troppo serio per lasciarlo ai cronisti sportivi e se qualcuno si prenderà la briga di leggere il suo libro (Il mio biliardo edito da Adelphi), non potrà che dargli ragione.
Il mio biliardo (quello di questo racconto) è diverso, molto diverso, anche se mi rendo conto di fare un’affermazione astrusa e forse contraddittoria, il biliardo è uno solo e le diverse versioni, i correttivi, le invenzioni, i tanti giochi inventati, non cambiano questa realtà, ha attraversato i secoli, si è adeguato agli usi e ai costumi, è sopravissuto alle mode. La diversità che richiamavo é di altra natura, il biliardo protagonista di questo racconto (i protagonisti sono tanti, alcuni citati, altri sfiorati appena, altri ignorati, sta a chi legge individuarli, riconoscerli, farli vivere), non muove interessi milionari come lo snooker, non entra nei palinsesti della televisione, non conosce gli sfarzi di San Remo o di S. Vincent; vive soprattutto nelle periferie, nei bar di paese, nei circoli, spesso sottovalutato, considerato quasi con disprezzo, anche dagli stessi addetti ai lavori.
Il mio biliardo ha le buche, quattro bilie bianche, quattro rosse e un pallino blu, ha regole semplici, si gioca senza l’ausilio della stecca, bisogna terminare la mano, con almeno una delle proprie bilie più vicina al pallino per conquistarsi il diritto di bocciare, più birilli abbatti, più punti realizzi. La bellezza sta proprio nella semplicità, attenti, però, semplice non significa banale, insulso, c’è grande differenza tra il far rotolare una palla per passare il tempo e impegnarsi nel gioco, calarsi nella competizione, concentrarsi fino ad annullarsi, almeno per il tempo della partita, ed è proprio la grande semplicità a rendere il gioco difficile, bisogna possedere sensibilità, capacità di scegliere le traiettorie, le giocate migliori in un attimo, ridurre le possibilità di scelta del tuo avversario. Questo non è il polo, il golf, il tennis, sei da solo, davanti a un rettangolo che azzera tutto, puoi essere il Principe del Galles, ma se il tuo avversario è più bravo non hai scampo. So che state pensando che non c’è differenza con gli altri giochi che ho citato, ma non è così. Spesso nello sport e più in generale nella vita c’è una selezione naturale: “Alzi la mano chi ha visto un operaio metalmeccanico smettere la tuta e indossare la divisa da polo, salire sul cavallo e disputare una partita nel circolo più esclusivo della città?” Il polo è solo un esempio, forse un po’ paradossale, ma se ci si pensa un attimo, ci si accorge che è così per molti altri sport e giochi (se vogliamo considerare tali, il bridge, gli scacchi, ecc.), se non è questione di soldi, è il fisico o la mancanza di strutture: se Mark Spitz fosse nato nel mio paese, probabilmente non saprebbe nuotare. Concetti forzati ? Forse, ma scava, scava ….
Il biliardo è un’altra storia. Il biliardo è il gioco più democratico del mondo, abbiamo citato Versailles, la Città del Vaticano, S. Vincent, ma date un’occhiata al bar sotto casa e ne vedrete quasi certamente uno.
Ho visto giocatori percorrere migliaia di chilometri, a proprie spese, senza riuscire a vincere una partita, ho visto centinaia di persone sedute su scomodissime tribune costruite con tubi innocenti, garantisco personalmente sulla correttezza del termine, resistere fino a notte fonda: unica concessione qualche pausa per mangiare una piadina o bere un caffé. Cosa li lega a questo gioco ? Molti non saprebbero rispondere, non riuscirebbero a spiegare un legame tanto forte.
Non credo siano mai state fatte ricerche, se qualcuno decidesse di provarci si sorprenderebbe dei risultati, scoprirebbe che quello agonistico è solamente uno degli aspetti, si comincia molto prima: le fasi che precedono l’inizio delle competizioni andrebbero filmate e proiettate nelle scuole, i riti propiziatori, i comportamenti dopo una sconfitta, fanno parte di un mondo complesso, affascinante, ricco di umanità. Imprenditori, impiegati, operai, disoccupati, ricchi, meno ricchi, poveri, intellettuali, presunti tali, gli immancabili stronzi, il biliardo azzera tutto, al momento dell’acchito, sono solamente persone che competono soprattutto con se stesse, consapevoli (molti …) che non diventeranno mai campioni. C’è gente che gioca da decenni e non ha mai vinto una gara, ma è ancora in grado di entusiasmarsi per una partita vinta o solamente per una giocata riuscita. Il Barone De Coubertin non c’entra, lo spirito è diverso, anche se non mancano le analogie. Perdonatemi l’ardire, ma non credo di poter essere smentito se affermo che questa società non sarebbe tanto mediocre se a guidare ogni azione non fosse l’interesse, se il valore non si misurasse solo in dollari, se l’entusiasmo avesse più spazio.
Banale? Troppi se? Ok. Passiamo oltre. Torniamo al biliardo.
Ho visto un mio amico avvocato (socio di uno studio tra i più affermati della città) mandare a quel paese il suo avversario, reo di avere vinto una partita in modo fortunoso e, mentre saliva sulla sua Mercedes, un transatlantico munito anche di bagno e doccia, gridare che prima o poi la fortuna sarebbe girata, che non poteva essere sempre così sfigato: nel contempo, a meno di cinque metri, il destinatario di quelle invettive (e di tanta presunta fortuna) tentava disperatamente di far partire la sua Skoda, che sembrava aver scelto quel parcheggio per spegnersi per sempre. Lo stesso avvocato in un’arringa difensiva arrivò a sostenere che il suo assistito, imputato per appropriazione indebita, giocava troppo bene a biliardo per essere colpevole e mentre il pubblico ministero si lamentava, tacciandolo di essere irrispettoso, il Giudice si limitò a sorridere. Dopo la lettura del verdetto di assoluzione, Sua Eccellenza avvicinò l’ormai ex imputato e raccontò un episodio di qualche anno prima: iscritto a una gara organizzata dall’Uisp, non gli fu permesso di giocare, per essere arrivato pochi minuti dopo il termine previsto, nemmeno i trecento chilometri percorsi, bastarono a convincere il giudice di gara, “Lei fu irremovibile, peccato non averla potuta condannare.”. Sorrise di nuovo, strinse la mano a entrambi e se ne andò. Raccontandomi l’episodio, Perry Mason si lasciò sfuggire “Noi giocatori di boccette siamo davvero un po’ stronzi”: non avevo mai considerato i giocatori di biliardo una categoria e risposi che erano gli avvocati a esserlo e tali rimanevano a prescindere dallo sport praticato. La battuta concluse la serata, ma sapevo che ci avrei rimuginato per settimane. Forse è nata in quel momento l’idea di scrivere un racconto, di cercare di far conoscere altri aspetti, non il gioco, ma l’umanità, le culture, i valori.
C’è un episodio a cui ho assistito personalmente che racconto spesso: dopo l'ennesima giocata fortunosa, che chiudeva la partita a suo favore, un ragazzo dall'aria per bene, si fece sfuggire un …. "ripetita juvant". Il suo avversario, lo guardò perplesso, quasi minaccioso, al punto che il giovanotto si affrettò a tradurre: "le cose ripetute giovano ... é latino", aggiunse quasi balbettando. Lo sguardo dell'altro si fece ancora più scuro, sembrava indeciso, poi incupito ma risoluto, sbottò: "Ma va a cagar, l'é frares" ... ma anche questo giova e soddisfatto della sua performance, allungandogli la mano, scoppiò in una risata fragorosa. Culture a confronto.
Una sera in un bar, che ospitava una delle tante gare minori, ero seduto in attesa del mio turno, riflettendo su tutto questo, quando si avvicinò un uomo, chiaramente alticcio, “Giochi anche tu ?” Cominciò a parlare prima che potessi rispondere, all’inizio non feci caso a quello che dicesse, poi tentai di capire qualcosa, per potermene liberare; parlava un italiano corretto, quasi forbito, ogni tanto mi guardava e si fermava come per lasciarmi spazio, qualche secondo e ricominciava, fintanto che non si alzò facendo cenno di andarsene “Sai perché mi piace il biliardo? Offrimi da bere e te lo dirò …” . Lo lasciai senza risposta, dovevo giocare, lui non si mosse, non perse una giocata, non staccò mai gli occhi dal panno. Attese fino alla fine, mi seguì nel parcheggio, dirigendosi sicuro verso la mia station wagon, non ricordavo di averlo incontrato in altre occasioni, ero curioso, ma non chiesi nulla, temevo di non liberarmene più, sembrava aver recuperato lucidità, mi raccontò del ragazzino che mi aveva battuto (lui usò il termine stracciato), un ragazzo taciturno, dall’aria triste, “Una famiglia di merda, una madre puttana, un padre ubriacone, e lui … un po’ ritardato, ma quando gioca diventa un Dio, precisione, tecnica, carattere … proprio un Dio ….” , mentre parlava le lacrime cadevano copiose, ma non se ne curava, stavo cercando le parole per non essere scortese, avevo fretta; a dire il vero, non me ne fregava niente delle frustrazioni di quello sconosciuto, cominciavo a spazientirmi, anche se per la verità lui non faceva niente per trattenermi; d’un tratto mi rivolse un ultimo sguardo e mi salutò con una vigorosa stretta di mano. Lo sguardo era lo stesso del ragazzino, l’unico che mi aveva rivolto al termine della partita, tendendomi la mano, come da cerimoniale. Fui sul punto di richiamarlo, i ruoli sembravano essersi invertiti, ma rimasi in silenzio. Non ho più dimenticato quegli occhi lucidi, fieri quanto disperati. Non l’ho più rivisto: il ragazzino invece l’ho incrociato spesso, educato, taciturno, occhi bassi e fare incerto, sempre a disagio, non l’ho mai visto ridere, l’ho visto piangere al funerale di un amico, un uomo di trentadue anni, che ha voluto essere sepolto con la maglia della sua squadra, una maglia azzurra con la scritta pubblicitaria di un imbianchino locale; la teneva stretta tra le mani quasi fosse un rosario, un gesto d’amore da accettare in silenzio. La moglie salutandomi mi confessò di sentirsi in colpa per tutte le volte che aveva rifiutato di accompagnarlo, “Non sono mai riuscita ad appassionarmi, mi sentivo un’intrusa, l’ho quasi odiato quando mi ha chiesto di seppellirlo con la divisa … non riuscirò mai a capirvi …” .
Ci sono cose che non si possono spiegare.
Ho un ricordo nitido di Mimmo, non ha mai smesso di giocare nemmeno durante la chemio, portava i segni della lotta impari, ma non si arrendeva, “Se mi fermo sono già morto”.
Ci sono cose che non si possono spiegare, ma possono aiutare a capire.
Una volta ho letto, non so più dove, che Billy Graham diceva di aver trovato Dio su un campo di golf, non specificava a quale buca, ma pazienza … non so se qualcuno ha fatto altrettanto giocando a boccette, snooker o carambola, quello che ho imparato è che spesso trovi risposte dove non avresti mai pensato di andarle a cercare.
mercoledì 25 giugno 2025
in pàràdìs i zcòr in diàlèt
martedì 25 febbraio 2025
L'ETA' DELLA RAGIONE
Filippo evita di farsi coinvolgere, all’inizio per non sembrare scostante aveva giocato a tombola, ascoltato l’animatrice leggere articoli di giornale. Il film: decine di sguardi vuoti puntati sullo schermo. Si era sentito soffocare. Soltanto le lunghe passeggiate nel parco riuscivano a dargli qualche sollievo.
Spesso si chiedeva quanto può essere crudele la vita ma subito abbandonava quel pensiero, troppa la vergogna per non aver mai notato prima queste tragedie. Quando ti senti invulnerabile guardi con fastidio tutto ciò che può scalfire le tue certezze.
E adesso perché gli altri dovrebbero tenderti una mano? Lo spettacolo deve continuare …
Lisetta si avvicina, gli porge un pacchetto e un bacio sulla guancia. Il calore di quelle labbra per un attimo lo riportano a una dimensione dimenticata. Una annotazione sull’agenda della segretaria del figlio, una commissione da sbrigare. I suoi figli. I lunghi silenzi. Ripensa a suo padre. Corsi e ricorsi. Adesso tutto era coperto da una pellicola opaca ma i rimpianti sopravvivono, al massimo si può tentare di ignorarli.
Il rito dello spago, il pacchetto aperto con uno strappo e un sorriso di apprezzamento. Nessuna sorpresa: il suo profumo preferito. Per la verità la sua attenzione più che al contenuto era rivolta all’involucro. Niente come le confezioni regalo rappresentano questa società: l’apparenza, lo sforzo di mostrarsi; l’inutilità dei regali è paragonabile soltanto all’impalpabilità della maggior parte delle cose che si fanno. Bisogna arrivare a questa età per accorgersi di tutto questo, per accorgerti che anche tu sei un numero, un automa costruito per obbedire.
Poco importa se a impartire gli ordini sei tu.
Lisetta lo guarda premurosa, lui la ricambia recitando diligentemente la parte. Non gli dispiacevano queste parentesi, gli permettevano di rivivere istanti di vita, a volte nitidi a volte confusi. “Auguri”. Un altro bacio stavolta più rumoroso.
Settantanove anni. Tanti, tantissimi eppure gli sembrano niente rispetto a tutte le vite che ha vissuto. Spesso si divertiva a ricostruirle: l’adolescenza, il matrimonio, la famiglia, la carriera. I suoi racconti. Le sue solitudini. Lei.
Era stata lei a regalargli quel profumo “Non è un regalo originale ma le cose pregiate non hanno bisogno di esserlo”.
Difende quei ricordi, li ha perfino scritti per poterli rileggere in caso di emergenza. Il suo tempo. Un tempo troppo breve. Peccato averla conosciuta così tardi … quando la ragione non ti consente di scegliere.
Non ti permetterò di cercarmi dentro i miei vuoti, di perderti nella speranza di ritrovarmi.
L’aveva incrociata in uno dei rari sorrisi sfuggito al suo viso eternamente imbronciato. Aveva cercato di evitarla, quando le ricordava la differenza di età lei sorrideva. Una volta la sentì sussurrare “Carpe diem” ma non aveva replicato. Una filosofia che non gli apparteneva o almeno così credeva. Aveva resistito, per la verità aveva finto di farlo poi si era lasciato andare. L’aveva toccata delicatamente temendo di scoprire un’altra illusione, uno dei tanti amori finiti in niente. Aveva scoperto di non essere più solo. Lunghi silenzi, piccole cose. Una dimensione sconosciuta, silenziosa, semplice, fatta di quella normalità che aveva sempre scambiato per noia.
Non aveva dato importanza ai primi segnali, un nome dimenticato, qualche piccola amnesia, momenti di vuoto. “Sono sempre stato sbadato” pensava ma l’inquietudine cresceva. Non voleva prendere in considerazione l’idea di sottoporsi a un’indagine medica. Poi l’episodio: una tavola imbandita, persone che mangiano conversando amichevolmente “Dove sono? Perché sto pranzando con queste persone?”
“Nonno mi hai comprato il regalo”
Riuscì a malapena a trattenere le lacrime, stringendo la bimba al petto. Qualcuno scambiò quel momento per commozione.
Anche adesso era commosso.
Il piano l’aveva studiato nei minimi particolari, rilesse il foglio gelosamente custodito nel taschino della giacca. La sua assenza non sarebbe stata notata, era normale non vederlo a pranzo. Il pullman poteva rappresentare un problema ma nessuno scarica un vecchio nemmeno se non ha il biglietto. Poteva incontrare qualcuno ma aveva pronta la scusa, sperava solo di non avere un vuoto proprio in quel momento ma avrebbe ripiegato sul silenzio. Toccò ancora una volta il taschino per sentirsi rassicurato.
L’attesa non gli pesava, gli piaceva osservare, ascoltare i rumori. Si accorse che stava canticchiando … il carretto passava e quell'uomo gridava gelati. Sorrise. Lei lo avrebbe preso in giro.
Ecco il pullman.
Sale una ragazza, minigonna vertiginosa, canottiera e zainetto. Qualcuno armeggia con i bagagli, una donna aiuta il figlio a salire. Quell’attimo di incertezza che precede ogni partenza. L’autista guarda che tutto sia a posto e sale. Filippo osserva restando seduto sulla panchina.
Un altro viaggio mancato.
Un respiro lungo, deve prepararsi al rientro. Quante volte ha pensato al mare come soluzione finale, l’acqua tiepida, nuotare fino allo stremo. L’ultimo gesto di libertà. A frenarlo non è la paura, anzi ci vuole più coraggio a guardare quel pullman partire che non a salirci. A frenarlo sono i suoi pensieri. Non vuole rinunciarci, vuole continuare a vivere i suoi ricordi e poco importa quanto costa farlo.
Agosto 2012





