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domenica 12 luglio 2026

ESTATE

Le zone d’ombra non alleviano la sofferenza.
L’afa sevizia i fiori,
il giardino brucia, la terra soffre in silenzio,
non si ribella.

L’erba cambia volto,
si adegua,
sembra nutrirsi di luce.

Come i ricordi.

Guardo un frutto dimenticato sull’albero,
un tonfo, è caduto.

Per un attimo riappare l’ansia del domani.

Ascolti, non senti nulla, ti concentri,
il silenzio accompagna i tuoi passi,
gli parli, non risponde.

L’estate è la stagione degli sfarzi,
delle illusioni,
fa sembrare onesto anche il mare.

L’estate accorcia la notte, ma non l’illumina.

giovedì 18 giugno 2026

QUATTRO AMICI ....

Eravamo quattro amici al bar ...
Che volevano cambiare il mondo
Destinati a qualche cosa in più
Che a una donna ed un impiego in banca …

Questi erano gli amici di Gino, altro contesto, altri sogni, altre miserie. La nostra vicenda si svolge in un paesino dell’Emilia Romagna, a pochi chilometri dal mare, a pochi metri dal Po. Una terra difficile, insidiosa, affascinante.

*     *     *     *


Quattro amici che da oltre vent’anni si ritrovano per trascorrere le ferie al paese, un’abitudine consolidata, un appuntamento che nessuno ammetterebbe mai di organizzare puntigliosamente per non mancare a quella che tutti definiscono una noia mortale.
Federico, medico chirurgo, 43 anni, sposato con Donatella, conosciuta ai tempi della scuola, liceo lui, ginnasio lei, un matrimonio annunciato. A quei tempi lei era bellissima, snob e ovviamente ricca, qualche chilo in più ne avevano attenuato il fascino, lasciando intatto il resto. Roberto, laureato in giurisprudenza, praticantato lasciato a metà, ultima occupazione: store manager in un centro commerciale di prodotti Hi-Tech, da sempre, stando ai si dice, innamorato di Donatella, un matrimonio alle spalle con una finlandese che lo aveva lasciato dopo pochi mesi, dimostrando che i nordici sono davvero intelligenti come dicono. Lui in quel buco ci abitava, non si era mai trasferito in città, nonostante possedesse uno splendido appartamento in centro storico a cui non aveva mai rinunciato, nemmeno nei momenti difficili, superati soprattutto grazie a Francesco che aveva acquistato alcuni terreni tutt’altro che appetibili, per lo più pioppeti in golena, eredità di famiglia. Maurizio, amministratore delegato di una società che si occupava di logistica a livello internazionale, probabilmente l’unico ad aver realizzato il suo sogno, anche se non amava sentirselo dire. Single più per pigrizia che per vocazione, aveva accumulato una fortuna investendo in terreni agricoli ai margini della città, per poi rivenderli non appena un piano urbanistico o una variante li avesse destinati ad area fabbricabile. Di umili origini, aveva abbandonato eskimo e rivoluzione per dedicarsi a qualcosa di più redditizio, si era tenuto distante dalla politica, non dai politici con cui intratteneva rapporti piuttosto stretti, senza distinzioni di appartenenza. Viaggiava molto, spesso all’estero, viveva in un appartamento nel quartiere più prestigioso della città, al paese non lo si vedeva quasi mai, sebbene avesse acquistato e ristrutturato una vecchia costruzione, che gli esperti facevano risalire al periodo estense, riportandola al suo antico splendore.
Francesco, non si era mai mosso dal paese, due figli, una moglie perennemente scontenta, qualche centinaio di ettari di terreno che gli permettevano di vivere senza affanni. Non aveva terminato gli studi, a vent’anni coltivava progetti che sapeva non avrebbe mai realizzato, aveva cominciato ad occuparsi dell’azienda dopo la morte del padre, in attesa di decidere il da farsi, non aveva più smesso. In gioventù aveva avuto problemi con la giustizia, era stato fermato durante una manifestazione, aveva reagito a quello che secondo lui era un sopruso e l’avevano arrestato, se l’era cavata con poco, abbastanza però per imparare la lezione. Erano trascorsi quasi venticinque anni, ogni tanto la storia saltava fuori, la politica era rimasta la sua passione, ma l’aveva sempre tenuta a debita distanza. Era lui ad ospitare la loro notte bianca, una cena luculliana consumata in quello che una volta era il fienile a ridosso dell’abitazione, la ristrutturazione lo aveva trasformato in una meraviglia. Al piano terra una cucina che non aveva nulla da invidiare a quella di un ristorante stellato: friggitrice, griglia, piano cottura con piastre modernissime, non mancava nemmeno il forno a legna. Tutto intorno un parco ricco di ogni tipo di vegetazione a poche centinaia di metri dal fiume che tagliava a metà l’azienda. La laurea in architettura di Delia si percepiva in ogni dettaglio, nessuno sfarzo, una sobrietà studiata ed elegante che faceva sentire tutti a proprio agio. La cena durava quasi tutta la notte, la preparazione era difficile perfino da descrivere. I compiti erano definiti, ognuno portava a termine il proprio senza interferenze, il menù veniva deciso collegialmente, quasi sempre da Zia Concetta, che per l’occasione preparava il suo pregiatissimo risotto con le rane, preceduto da un tortino di zucca con rosmarino, per concludere con rane in guazzetto e la sua celeberrima crostata di prugnoli, la vera attrazione della trattoria. Roberto che si vantava di avere uno zio nel team di Luigi Veronelli, aveva il compito di occuparsi dei vini, nessuno aveva mai verificato, ma si era sempre dimostrato all’altezza delle aspettative.

A Donatella, Francesco piaceva molto, un contadino colto, concreto, educato, una delle poche persone con cui si sarebbe confidata, erano diventati amici in età adulta, ai tempi della scuola non si erano mai frequentati, al contrario di Delia, la moglie, che conosceva fin dalle scuole elementari. Quando aveva saputo della loro relazione era rimasta sorpresa, quasi delusa, non riusciva proprio a vederli insieme, c’era qualcosa di stonato, lei rampolla di una delle famiglie più in vista della zona; il nonno, un gerarca fascista, aveva accumulato una fortuna, che dopo la caduta di Mussolini si era un po’ assottigliata, ma ne rimaneva abbastanza da permettere di vivere di rendita a un paio di generazioni, la madre dopo essere rimasta vedova si era rintanata in una villetta sulla costa, lei era rimasta in città per terminare gli studi. Quella di Francesco era una famiglia solida, da sempre identificata con il luogo, anzi con la terra, frutteti, vigna, prodotti orticoli, serre. Una famiglia benvista da tutti perché dava lavoro a molte persone, la madre maestra, aveva smesso di insegnare per dedicarsi all’attività della fattoria, soprattutto amministrazione e commerciale. Era quello che si pensava avrebbe fatto la nuora, ma lei non aveva mostrato nessun interesse, si era limitata a crescere i figli, a occuparsi della casa, non era la vita che desiderava, ma si era adattata. Non si era mai del tutto integrata nemmeno nella combriccola, non lo diceva apertamente ma si considerava sprecata per quella vita, forse anche per Francesco, la pensava così anche Federico, che sembrava tenerla in grande considerazione, il grande chirurgo aveva sempre trattato Checco, come lo chiamava lui, con sufficienza, a dire il vero, non erano molte le persone apprezzate dal luminare, nel suo campo era geniale, ma lontano dalla sala operatoria era un uomo arido, egoista, piuttosto superficiale. I suoi interessi erano i motori, e soprattutto le donne, utili più che altro a compiacere sé stesso. Donatella lo sapeva, ma non sembrava soffrirne, pensava spesso al divorzio, non avevano figli, nessuna preoccupazione di carattere finanziario, era sicura che anche lui rimuginasse le stesse cose, non avevano mai affrontato l’argomento, forse per pigrizia, per il fastidio di dover ricominciare, per il frastuono che la cosa avrebbe provocato.

La cena era fissata per le 22.00 precise, tutto veniva predisposto per rispettare la regola principale: si cuoceva tutto al momento, solo crudità, salse e contorni venivano preparati prima. A Roberto era affidata la carta dei vini, che seguiva quasi fosse un parto: luce, temperatura, bicchieri. Il giorno dell’evento arrivava ore prima, ed era intrattabile fino al primo assaggio. Elide l’anziana domestica, l’unica, oltre a loro, ad aver accesso alla cucina, preparava la pasta, la leggenda dice utilizzi lo stesso manganello da quarant’anni, un regalo del nonno di Francesco … ovviamente con le uova delle galline del cortile, la farina del mulino locale e olio di oliva, una volta glielo portava la sorella da Brisighella, adesso che la sorella non c’era più, ci pensava Francesco, ma l’olio era sempre lo stesso. Se avesse avuto voce in capitolo avrebbe preparato un buon ragù di carne per le tagliatelle e un sugo d’anatra per i fusilli al torchio, ma quest’anno aveva prevalso il partito del pesce, e anche se un po’ risentita si era tirata in disparte, quasi …, una parmigiana di melanzane l’aveva preparata comunque, magari a qualcuno piace ancora mangiare bene, ha sogghignato tra sé mentre la infornava. Con l’avvicinarsi dell’orario il fienile si animava, Francesco e Maurizio si sarebbero occupati della griglia, Delia e Donatella del forno e dei primi. Federico dirigeva la sala, da dirigere non c’era niente, tutto era già stato predisposto in precedenza, lui lo sapeva e apprezzava, d’altronde era stato così, fin dalle festicciole da ragazzini, lui aveva sempre e soltanto dato giudizi. Quando il brusio cessava, il rito aveva inizio. Tempi calcolati, sincronismo perfetto.

Ricordava ogni dettaglio di quella giornata, erano partiti tutti, sarebbero rientrati soltanto in serata. Era stata lei ad avere l’idea del bagno, il fiume era poco distante, lo raggiunsero in bicicletta. Aveva indossato un costume intero, lui dei calzoncini un po’ fuori moda che teneva nella sacca della palestra. Il sole non dava tregua, il caldo e l’umidità in questi luoghi possono arrivare a livelli inimmaginabili, non si tuffarono subito, si sdraiarono in una zona della golena parzialmente riparata dagli alberi. Era sempre stato affascinato dal fiume, da quella vegetazione disordinata, salici, frassini, olmi, pioppi neri, una boscaglia parallela al corso del fiume. Aveva trascorso molti pomeriggi in quei luoghi, non aveva mai dimenticato quella ragazzina, quel sorriso, una compagna di scuola, una famiglia poverissima, un futuro segnato. Lui già allora aveva altri progetti, voleva evadere da quella realtà, si sentiva soffocare all’idea di ereditare la vita del padre, guardava i muri dell’officina e sudava freddo. Non aveva più ritrovato quello sguardo, quella serenità. Sdraiata a pochi metri da lui però non c’era quella ragazzina, continuare a ripetersi che era la moglie del suo migliore amico non cancellava quel desiderio improvviso, imprevisto, non era mai stato attratto da quella donna, in quel momento però non poteva fare a meno di ammirare quel corpo, il desiderio di accarezzarla era forte quanto il disagio, decise che doveva reagire, si alzò, prese la rincorsa gridando “mi butto”, e si tuffò. Lei annuì senza aprire gli occhi. L’acqua era piacevole, qualche bracciata e si rilassò divertendosi a fare il morto. Sentì la sua mano sulle spalle, si girò e si baciarono. Risalirono quasi subito, ripresero la strada del ritorno in silenzio.

Roberto sta guidando verso la fattoria, continua a negarlo anche a sé stesso, ma queste serate sono una sofferenza, la conferma dei suoi fallimenti, laurea inutile, matrimonio fallito, per non parlare del lavoro, si era potuto permettere una vita agiata sacrificando una parte consistente dell’eredità di famiglia, era sempre stato insicuro, aveva sempre fatto le scelte più facili, anche con gli amici era così, non si era mai sentito a suo agio. Sua moglie era tornata in Finlandia dopo pochi mesi, nessun litigio, mai uno screzio, semplicemente non aveva funzionato. Bastarono poche settimane per capire che era stata la scelta giusta per entrambi, nonostante tutto, la percezione del fallimento era sempre forte. Non si erano più sentiti fino alla richiesta di divorzio. Molti erano convinti che la causa fosse Donatella, un’idiozia, che non valeva nemmeno una smentita, anche perché da smentire non c’era niente, nessun passato, nessuna storia, un bacio durante una gita scolastica in montagna, ed era stata lei a prendere l’iniziativa e sempre lei a raccontarlo alle amiche. Non era innamorato, ma era pur sempre la più ammirata della scuola, la ragazza che tutti avrebbero voluto, gli piaceva incrociare sguardi carichi di invidia, era finito tutto in fretta, anzi, non era nemmeno cominciato. Una volta lei lo aveva raccontato durante una cena, demolendo anche quel poco di piacevole che conservava. Adesso c’era Dania, una ragazza albanese che lavorava al centro commerciale, due esami e si sarebbe laureata in agraria, era spaventato dall’idea che avrebbe potuto andarsene, con lei si sentiva al sicuro, non gli era mai successo, vivevano la loro storia di nascosto senza una ragione precisa, forse a frenarlo era l’età, vent’anni di differenza sono tanti, ma il vero problema era sempre la sua insicurezza, aveva anche pensato di invitarla alla cena, presentarla, era facile immaginare le reazioni, giovane, bella, anzi bellissima, albanese. Sai che spasso, soprattutto Federico si sarebbe dato subito da fare, Maurizio non avrebbe fatto una piega, Francesco al contrario si sarebbe prodigato per farla sentire a proprio agio. Delia e Donatella? Forse un po’ di invidia. Sorrise … bloccò l’auto, digitò il numero “Mi accompagni stasera?” La risposta fu un’esplosione di gioia.

Era diventato un pensiero fisso, un attimo sfuggito alla ragione. Avrebbe voluto cancellarlo ma non ci riusciva. Sentiva che la situazione rischiava di degenerare, aveva sempre suddiviso la sua vita in tre segmenti, il lavoro: priorità assoluta, la famiglia, ormai solo un ricordo, uno spazio riservato a sé stesso: ozio, qualche rimpianto, soprattutto solitudine, spesso vissuta in compagnia. Non si erano rivisti per un lungo periodo, d’altronde le possibilità di incontrarsi casualmente erano poche, un giorno entrando al ristorante la vide, lei era sola, lui con colleghi di lavoro, si era comportata come sempre. Non sapeva se essere contento o rammaricarsi, era confuso, stava spegnendo il computer quando il cellulare iniziò a vibrare. Era lei.

Federico stava leggendo in giardino, ogni tanto guardava Donatella intenta a riordinare la casa, sempre bella, attraente, gli venne naturale chiedersi perché il desiderio si fosse affievolito fin quasi a sparire, non ricordava nemmeno l’ultima scopata, una condizione che sembrava soddisfare entrambi. A lui però le occasioni non mancavano e spesso ne approfittava, si chiese se anche lei … sorprendendosi di non provare nessun sentimento particolare.

Stiamo facendo una vaccata. Lo sai vero? Lei si alza, non risponde, si chiude in bagno, quando torna ha un’espressione distaccata “Non l’ho mai tradito, non mi sono mai pentita di averlo sposato, ma a volte mi sento soffocare. Questi momenti mi servono per sopravvivere”. Non risponde, non saprebbe cosa dire, d’altronde vale un po’ anche per lui, non è innamorato, non fa progetti, quelle poche ore però sono diventate quasi una necessità. Mentre si veste, sente la porta chiudersi, pochi minuti dopo, il rumore dell’auto che si allontana. Inutile continuare a interrogarsi, non ci sono risposte, a irritarlo è quel senso di insoddisfazione che lo accompagna da sempre, non è nemmeno rimorso, è qualcosa di impalpabile. Un malessere che sembra volerlo scortare qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi luogo si trovi. Ha sempre rincorso la ricchezza per allontanarsi da quel mondo, ha sempre sognato una vita diversa, una vita che non saprebbe nemmeno definire, credeva bastasse, invece si ritrovava sempre al punto di partenza.

La cena è finita, l’alba comincia a stendere i suoi colori, Francesco è rimasto solo, sta scorrendo le foto sull’iPhone, le ha guardate centinaia di volte, Delia che esce dalla casa di Maurizio, l’abbraccia, un bacio veloce sulle labbra. Quell’espressione la conosce bene. Sente una mano sulla spalla, è Maurizio, fa appena in tempo a nascondere le foto, “Vado anch’io, sono stanco, ho bevuto troppo …”. Lo accompagna fino all’auto, si abbracciano. Guarda le luci dell’auto che si allontana, i pensieri si accavallano, non assumono una forma precisa, sa che è inutile farsi domande, conosce già le risposte. Delia lo chiama, lui le fa segno che si ferma ancora un po’, mima un bacio, lei sorride. Torna a sedersi, fa fresco, è piacevole sorseggiare un bicchiere vino, non ha bevuto molto, ripercorre gli episodi della serata, la piacevole sorpresa all’apparire di Dania, l’imbarazzo di Roberto, l’intraprendenza un po’ fastidiosa di Federico, stimolato dalla novità imprevista. Dania si era comportata in modo appropriato, poche parole, molti sorrisi. Erano stati i primi ad andarsene, Roberto si era scusato per non averlo avvertito, la ragazza lo aveva abbracciato e baciato sulla guancia. Poco dopo se n’erano andati anche Federico e Donatella, lei lo aveva abbracciato, ma il bacio era arrivato inaspettato sulle labbra, indugiando più del necessario, aggiungendo “ci vediamo presto”, era rimasto sorpreso, quel contatto, umido, profumato non lo aveva lasciato indifferente.

Quattro amici …

È appropriato parlare di amicizia? Ecco una domanda che non è riuscito a bloccare. Non trattiene più i pensieri, li lascia liberi di frugare nei ricordi, il passato non si presenta mai nello stesso modo, ad affiorare sono spesso episodi di poco conto, porti sulle spalle macigni pesantissimi, ma ti vergogni ancora ricordando la maestra che ti sorprende mentre tenti di sbirciare dentro la scollatura, metti in fila tutte le ansie, piccole e grandi. Non resisti al tentativo di correggere gli errori, un tentativo maldestro che ogni volta ti procura nuove sofferenze.

La vita è stata generosa con loro, fin troppo, eppure nessuno sembra davvero felice, il passare degli anni sembra aver accentuato solamente i difetti, gli egoismi, non che il contesto aiuti, si ricorda una frase che ha letto: il pudore si è arreso, quello che i mascalzoni pensavano di nascosto, ora lo sbandierano senza vergogna. Lo aveva colpito quel termine, mascalzoni, troppo magnanimo …. mascalzoni. E gli altri? C’è forse qualcuno che si ribella a questo degrado? Chissà se il suo professore è ancora ossessionato dall’analfabetismo di ritorno? Tranquillo prof, non si ritorna da dove non si è mai stati e la cultura, oggi è un luogo sconosciuto ai più, forse tra qualche anno gli intellettuali, ammesso che ne resti qualcuno, saranno additati se non addirittura derisi.

Sorride di queste sue ribellioni silenziose, intime, inutili.

Riprende l’iPhone, torna a far scorrere le foto, sua moglie e il suo migliore amico che si baciano, si sorprende a pensare che stanno bene insieme, anche se lei non rinuncia alla sua espressione corrucciata. È quasi sollevato, si sente ridicolo ma non può fare a meno di pensare che se fosse stato Federico …. per un attimo vacilla, sa di non essere cinico, conosce la sofferenza, ma non può fare a meno di scorgere il lato comico, è sempre stato così, distaccato, razionale, qualche volta ha perfino temuto di essere anaffettivo, in realtà è solo uno che accetta le contraddizioni, anche quelle degli altri. Ha scartato subito il pensiero di affrontare l’argomento con loro, sa che si sarebbe spezzato l’equilibrio, che tutto sarebbe cambiato, non si sente tradito, non teme ripercussioni particolari sul loro rapporto, per Delia prova un sentimento forte, vero, ed è certo di essere ricambiato, è proprio questa certezza che teme, perché conferma che si è fatto assorbire dalle miserie che ha sempre rinfacciato agli altri, a suo padre, a sua madre.

Forse è solo paura.

È stanco, guarda gli alberi, i campi, pensa che tra qualche ora arriveranno i primi uomini al lavoro, controlleranno che tutto sia pronto per la raccolta della frutta, donne e uomini che sono cresciuti in quei campi, conoscono ogni centimetro di quella terra, sanno sempre cosa fare, come farlo. A vent’anni era convinto che quella terra spettasse loro di diritto. Oggi gli sembrano pensieri fuori contesto, ma gli sono rimasti appiccicati sulla pelle.

È buono il vino, ripensa a Dania, chissà se Roberto troverà un po’ di pace, le è sembrata una donna intelligente e lo guarda con l’espressione che lui ha smesso di cercare in Delia, ripensa alle labbra di Donatella. Si alza, ha bisogno di una doccia, approfitta di quella della piscina, rientra in casa, evita ogni rumore, sale le scale, apre la porta, Delia ripone il libro, “Bella serata, bella sorpresa Roberto …”, lui risponde con un sorriso, sembra voler dire qualcosa ma resta in silenzio. Lei si avvicina, lo abbraccia, restano così, quasi immobili, entrambi probabilmente con lo stesso pensiero.

*     *     *     *


Il paradosso dei sopravvissuti è sentirsi sia invincibili che vulnerabili. Sai che ce l’hai fatta, ma hai il terrore che accada ancora. 
Ginevra Cardinal

Agosto 2022

lunedì 4 agosto 2025

LA SCONFITTA CHE TI CAMBIA LA VITA

Un omaggio a una persona conosciuta quasi per caso, una storia tra realtà e fantasia, raccontata a occhi chiusi, mai terminata, una birra ogni tanto, quel tavolino rimasto vuoto … forse non c’era un finale, o forse il finale voleva lo scrivessi io. Riposa in pace.
L’entrata era rimasta tale e quale, buia e poco accogliente, così come il corridoio, un lungo budello, con ai lati una fila interminabile di macchinette mangiasoldi, un salone enorme, tanto da far apparire minuscolo un bancone di almeno nove metri, che divideva lo spazio riservato ai biliardi dal resto del locale. Una via di mezzo tra un circolo, una sala biliardi e un centro sociale anziani. Erano dieci anni che non ci mettevo piede, l’ultima volta era stato in occasione dei campionati regionali di goriziana, una manifestazione minore, arricchita da alcune esibizioni, promosse dalla Fibis nell’ambito di un progetto finanziato dal Coni. La chicca: la sfida tra Rosanna e Marcello Lotti, una leggenda del biliardo, soprattutto nella specialità dei cinque birilli, la mia specialità.
Ricordo tutto nei minimi dettagli, la tribuna costruita per l’occasione, strapiena di appassionati attratti dai nomi in programma, la frenesia degli organizzatori, la camicia bianca prestatami da un amico perché avevo smarrito la valigia, il fiammante scudetto tricolore, la convocazione per i campionati mondiali in Argentina; sognavo ad occhi aperti: fate largo arriva il campione e …. e lei, dietro al banco, bellissima, capelli neri, occhi verdi, un corpo da paura, un culo da leggenda, una meraviglia della natura ….

“Ciao, come stai?” Era girata di spalle, riconobbe la voce, ma a parte un leggero irrigidimento del collo, restò immobile, forse per prendere tempo, per decidere cosa fare: “Sono tentata di risponderti che non sono affari tuoi, ma … sto bene, anche se questo è un incontro che avrei evitato volentieri.”

Certo dieci anni senza farsi sentire erano difficili da motivare dopo una notte come quella e soprattutto dopo un periodo, che non è esagerato, definire da favola. Adesso mi guardava, non c’era odio nei suoi occhi, si muoveva con naturalezza, il tempo sembrava non averla sfiorata, scavando un solco ancora maggiore tra noi. “E tu, come stai?” rimasi in silenzio, non c’era bisogno di parole, cinquantadue anni, una stecca (licenza poetica, perché di stecche ne avevo una soffitta, conservavo anche quelle rotte, con l’idea che un giorno ….) e una vecchia station wagon con cui macinavo chilometri per giocare tornei, sempre meno importanti, dove il mio era ancora un nome conosciuto, qualche vittoria minore e qualche ingaggio nelle tappe del circuito professionisti, chiamato per completare il cartellone: costavo poco, conoscevo tutti e non avevo pretese. A volte mi capitava di azzeccare la serata giusta, di passare qualche turno, di eliminare qualcuno tra i più forti, e allora poteva succedere di giocare contro Zito, Maggio, Rosanna; una vetrina importante, addirittura la televisione, non che questo mi cambiasse la vita, ma significava garantirsi qualche mese senza affanni.

Una stecca e una vecchia station wagon. Tutto qui.

“Perché te ne sei andato?” Ma non mi vedi, ho vent’anni più di te, e gli anni sono l’unica cosa che ho in abbondanza, non ho niente, non so fare niente, con l’ultimo ingaggio ho comprato le lenti a contatto per vedere da sponda a sponda e mi chiedi perché me ne sono andato.
Non sono abbastanza coraggioso per pronunciare queste frasi, preferisco
stare in silenzio, forse perché poi, sono più facili da cancellare.

Era stato così anche allora, prima di iniziare la partita, il responsabile tecnico della federazione mi aveva comunicato che ero stato tagliato, non sarei più andato a Buenos Aires; alla mia età significava aver chiuso, almeno a certi livelli. Inutile precisare che giocai malissimo, non riuscivo a concentrarmi, a scacciare i cattivi pensieri, l’amarezza non era dovuta al taglio o almeno non solo a quello, ricordo che provai perfino sollievo, pensando di non dover affrontare tutte quelle ore di volo, ma ancora una volta avevo accettato tutto senza reagire, senza ribellarmi, sapevo che era un’ingiustizia, avrei dovuto alzare la voce, stavo giocando benissimo, avevo appena vinto una tappa dell’International Trophy, annientato tutti i migliori nel Campionato Italiano e avevo dovuto rinunciare alla semifinale nel Campionato europeo solamente per una colica che mi aveva bloccato in Ospedale per quasi una settimana. Avrei dovuto gridare, ma rimasi in silenzio. Non era certo la prima volta, avevo solamente arricchito la mia collezione: i professori, il mio primo e unico datore di lavoro e adesso il tecnico federale. Naturalmente mio padre.

Mentre infilavo la stecca nella custodia, incrociai il suo sguardo, mi guardava con insistenza, con interesse, senza fare niente per nasconderlo, si avvicinò mentre stavo raggiungendo la porta e mi prese sottobraccio senza dire una parola. Una notte meravigliosa, uno di quei momenti che ti segnano la vita.

“Ho sempre saputo che sarebbe accaduto,” mi disse dopo avermi baciato a lungo. Ogni volta che sbucavi da queste parti, speravo in un gesto, una parola, ma le mie speranze andavano sempre deluse, giocavi, qualche commento, poi te ne andavi, non importa, mi dicevo, prima o poi succederà. Davvero strana la vita, avevo esplorato quel corpo centinaia di volte con la mente, ma non avevo mai azzardato, non avevo trovato il coraggio per avvicinarla, certo non per timidezza, nemmeno la giovane età normalmente mi avrebbe frenato, chissà forse era tutto già scritto. Ero abituato a conquiste facili, gli amori di una notte erano la mia specialità, nella collezione c’era anche qualche tentativo di far durare una storia, qualche illusione, ma niente che assomigliasse a qualcosa di serio.

Compresi subito che questa volta le cose erano diverse, non ci sarebbe stato niente di facile. Seguirono due mesi intensi, straordinari, giocavo a biliardo per ore senza mai toglierle gli occhi di dosso, stavamo insieme tutto il tempo, l’angoscia sembrava avermi abbandonato, ma le favole hanno il lieto fine solo sui libri, almeno così credevo. Non parlavamo mai del futuro, mai un programma a lungo termine, la parola domani sembrava bandita dalle nostre conversazioni. Una notte, l’ultima, facemmo l’amore in continuazione, quasi con ferocia, sentivo il suo disagio, ma non riuscivo a controllarmi, non una parola, sembrava una prova o forse era solamente il tentativo di non pensare; prima ancora che riprendessi fiato lei mi chiese cosa stesse succedendo, “hai fatto l’amore come se fosse l’ultima volta,” mi resi conto che avevo paura, non sapevo perché, ma ero terrorizzato. Non sopportavo l’idea di perdere Francesca, ma sentivo che se fossi rimasto, sarei soffocato, sembrava esserci una forza che mi imponesse di partire, anche se non sapevo per dove, a casa non ci tornavo da tre anni, mia madre mi ripeteva in continuazione che la mia stanza era ancora come l’avevo lasciata, ma dopo la morte di mio padre, avevo perso ogni legame. Mentre mi allontanavo, continuavo a ripetermi di aver fatto la cosa giusta, non posso scaricare su di lei le mie tensioni, i miei fallimenti, le mie fobie, ma era davvero questa la ragione ? Quando mai ero stato così generoso? Perché si fosse innamorata di me, era ed è rimasto un mistero, ma era successo e adesso era tutto diverso.

“ Perché te ne sei andato? “ Era l’unico modo che avevo per dimostrarti quanto fossi importante, riuscii a dire. Non sapevo nemmeno perché fossi tornato in quel posto, non avevo niente da dare, ma nemmeno da chiedere, semplicemente, sentivo l’esigenza di rivedere l’unica donna che avesse contato davvero qualcosa, di rivedere quei luoghi per convincermi che anche uno come me può avere ricordi da custodire.

“ Pezzo di merda, non hai pensato che avessi il diritto di dire la mia?”

Quante volte ero stato sul punto di chiamarla, poi mi dicevo, “lo farò quando sarò riuscito a combinare qualcosa,” ma il tempo passa e tu resti lì, aspettando il miracolo, non puoi nemmeno nasconderti dietro la passione del gioco, un gioco che non ti coinvolge più da tempo, non provi più nessun brivido, vinci e perdi, senza differenza.
Lavorare in una sala biliardi, giocare a pagamento per far divertire i clienti non é molto diverso da qualsiasi altro lavoro, anzi è peggio, ti inaridisce, perché il biliardo non è solamente tecnica, è cuore, carattere, brivido, devi sentire l’adrenalina che ti sale fino al cervello, chi è “fuori” non può capire cosa si prova entrando al Casinò de La Vallée a Saint Vincent, vedere venti biliardi allineati in modo perfetto, un esercito di arbitri, troupe televisive e l’elite del rettangolo verde, otto formidabili stecche che hanno superato un esercito di migliaia di giocatori e adesso si contendono il titolo. Bellutta, Zito, Diomajuta, Maggio, controllano ogni minimo dettaglio, sembrano volersi fondere nell’ambiente. Una volta ho visto Gastone Cavazzana, misurare lo spessore della pedana con il calibro e cambiarsi due volte le scarpe. Quando hai provato tutto questo non puoi più farne a meno, allora resti aggrappato a tutto, ai ricordi, alle speranze, quando non ci credi più, quando anche l’illusione ti abbandona, ti senti svuotato e inutile, incapace di cercare altrove, le ragioni per lottare. Ti chiedi se ne è valsa la pena, ma sono domande senza senso, perché qualsiasi risposta è quella sbagliata.

“Sei sposata?” Mi sarei morso la lingua per la stupidaggine, ma lei non reagì come credevo, anzi non reagì per nulla, sembrava indecisa, le rughe della fronte indicavano che stava pensando intensamente, fece un cenno a qualcuno, prese il giubbotto e mi chiese di accompagnarla, uscimmo dal locale in silenzio, sempre in silenzio camminammo fino al parco: ogni tanto guardava l’orologio, sembrava sempre sul punto di dire qualcosa, ma non parlava, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Improvvisamente mi abbracciò, “Ho sempre pensato che fino a quando la mia rivale fosse rimasta una stecca, avrei potuto farcela.” Poi mi guardò “devi venire con me, forse mi pentirò tutta la vita di questa decisione, ma non posso perdere questa occasione.” Tentai di dire qualcosa, ma mi implorò di stare zitto. Ripercorrendo a ritroso lo stesso tragitto, arrivammo davanti a una scuola proprio mentre un gruppo di ragazzini ripetendo il rituale di sempre: urti, urla, risate, stava riempiendo il cortile, alla fine delle lezioni. Il fracasso non mi impedì di sentire: “Mamma, mamma !”, un biondino corse verso di noi e abbracciò Francesca, sbarazzandosi subito del voluminoso zainetto. Non c’era bisogno di dire niente, sembravamo due gocce d’acqua. Ero svuotato di ogni energia, non riuscivo a reagire, immobile e paralizzato, le domande mi morivano in gola, non riuscivo nemmeno a piangere. Non so perché mi venne in mente mio padre, ma scacciai subito il pensiero, tanto non avrebbe potuto guardarmi in quel modo, non avrebbe più potuto umiliarmi, né farmi paura; avevo bisogno di concentrarmi, non potevo continuare a fuggire.
 
Il locale é diventato la meta di molti giocatori, si disputano tornei importanti, domani si gioca la finale della terza tappa dell’Omega International Trophy, Crocefisso Maggio contro Zito, uno scontro che vale un Campionato del Mondo. Gustavo mi ha chiesto perché ho smesso, “Potresti ancora giocartela contro tutti.” probabilmente é sincero, d’altronde ogni tanto partecipavo a qualche torneo con risultati tutt’altro che disprezzabili. Qualche nostalgia è normale poi guardo lei (ha sempre un corpo bellissimo e troppi sguardi che lo confermano) e l’unico rimpianto è di aver sciupato tanto tempo. Giacomo gioca già piuttosto bene, usa l’effetto con la sicurezza del campione: il suo professore alle medie, grande appassionato di biliardo, lo chiama Gomez, passa ore nel locale e mi tempesta di domande, quando ho vinto il campionato italiano, se ho mai vinto contro questo, contro quello. Sono una specie di attrazione, gli appassionati accorrono da tutte le parti per giocare con l’ex Campione, peccato che Scudetto e Trofei siano “conservati” in un banco di pegni a Torino, mi piacerebbe recuperarli, ma non ho nessuna voglia di allontanarmi, di viaggiare. Paura? Può darsi. Ogni tanto, la sera, quando chiudo il locale, entro nel garage, facendo attenzione che nessuno mi veda e accarezzo la mia station wagon, mi siedo alla guida, chiudo gli occhi e penso a quanto sia strana la vita.

n.d.a.
I nomi dei campioni che ho citato sono veri, ma le situazioni sono quasi tutte inventate, non credo ci siano molte possibilità che qualcuno di loro legga questo racconto, nel caso, spero non me ne vorrà. Il protagonista o diciamo chi ha ispirato il racconto, è stato davvero un giocatore di stecca, ha sfiorato il grande palcoscenico e ha vissuto tutta la vita sospeso tra realtà e rimpianti.

sabato 12 luglio 2025

IL MIO BILIARDO

Più che un racconto è un omaggio, anche se non mancano episodi e personaggi, spero non annoierà troppo chi si avventurerà nella lettura, pur non appartenendo a questa …. setta.

* * *
Spiegare il biliardo è un’impresa complicata, non a caso tutti quelli che ci hanno provato hanno usato il condizionale, non solo per analizzarne storia e origini, ma spesso anche per raccontare situazioni e aneddoti recenti. Il biliardo ha ispirato scrittori, pittori, grandi registi, non ha una data di nascita certa, anche se le prime tracce risalgono (o vengono fatte risalire) alle origini della civiltà, qualcuno sostiene che abbia albori plebei, altri scommettono sulla sua nobiltà, producendo, come prova, tavoli scolpiti, veri capolavori d’artigianato riconducibili a Luigi XV (Maria Antonietta era una giocatrice accanita); la letteratura di quei tempi è ricca di storie, aneddoti, amori, tradimenti, intrighi, con il biliardo a fare da sfondo; molti hanno addirittura tentato di appioppargli poteri misteriosi, se non addirittura occulti, non la pensava così Pio IX, che nel 1846 fece installare un tavolo in Vaticano (il biliardo è stato per un lungo periodo l’unico gioco ammesso nella Città Santa), contribuendo ad aumentarne la fama. Nemmeno oggi però manchiamo di originalità, sono rimasto incredulo leggendo il risultato di uno studio “scientifico” condotto dal dr. Rolf Lapoi, che, dopo aver esaminato oltre quattrocento persone (uomini e donne) impegnate al biliardo (il gioco consisteva nel colpire la palla da posizioni particolari, utilizzando una normale stecca…), ha stabilito che le lesbiche sviluppano uno speciale rafforzamento dei centri di consapevolezza nel cervello, rendendole particolarmente adatte ad attività dove sia richiesta precisione e capacità decisionali.

Il grande scrittore canadese Mordecai Richler, studioso e grande appassionato di snooker, sosteneva che il biliardo è un gioco troppo serio per lasciarlo ai cronisti sportivi e se qualcuno si prenderà la briga di leggere il suo libro (Il mio biliardo edito da Adelphi), non potrà che dargli ragione.
Il mio biliardo (quello di questo racconto) è diverso, molto diverso, anche se mi rendo conto di fare un’affermazione astrusa e forse contraddittoria, il biliardo è uno solo e le diverse versioni, i correttivi, le invenzioni, i tanti giochi inventati, non cambiano questa realtà, ha attraversato i secoli, si è adeguato agli usi e ai costumi, è sopravissuto alle mode. La diversità che richiamavo é di altra natura, il biliardo protagonista di questo racconto (i protagonisti sono tanti, alcuni citati, altri sfiorati appena, altri ignorati, sta a chi legge individuarli, riconoscerli, farli vivere), non muove interessi milionari come lo snooker, non entra nei palinsesti della televisione, non conosce gli sfarzi di San Remo o di S. Vincent; vive soprattutto nelle periferie, nei bar di paese, nei circoli, spesso sottovalutato, considerato quasi con disprezzo, anche dagli stessi addetti ai lavori.

Il mio biliardo ha le buche, quattro bilie bianche, quattro rosse e un pallino blu, ha regole semplici, si gioca senza l’ausilio della stecca, bisogna terminare la mano, con almeno una delle proprie bilie più vicina al pallino per conquistarsi il diritto di bocciare, più birilli abbatti, più punti realizzi. La bellezza sta proprio nella semplicità, attenti, però, semplice non significa banale, insulso, c’è grande differenza tra il far rotolare una palla per passare il tempo e impegnarsi nel gioco, calarsi nella competizione, concentrarsi fino ad annullarsi, almeno per il tempo della partita, ed è proprio la grande semplicità a rendere il gioco difficile, bisogna possedere sensibilità, capacità di scegliere le traiettorie, le giocate migliori in un attimo, ridurre le possibilità di scelta del tuo avversario. Questo non è il polo, il golf, il tennis, sei da solo, davanti a un rettangolo che azzera tutto, puoi essere il Principe del Galles, ma se il tuo avversario è più bravo non hai scampo. So che state pensando che non c’è differenza con gli altri giochi che ho citato, ma non è così. Spesso nello sport e più in generale nella vita c’è una selezione naturale: “Alzi la mano chi ha visto un operaio metalmeccanico smettere la tuta e indossare la divisa da polo, salire sul cavallo e disputare una partita nel circolo più esclusivo della città?” Il polo è solo un esempio, forse un po’ paradossale, ma se ci si pensa un attimo, ci si accorge che è così per molti altri sport e giochi (se vogliamo considerare tali, il bridge, gli scacchi, ecc.), se non è questione di soldi, è il fisico o la mancanza di strutture: se Mark Spitz fosse nato nel mio paese, probabilmente non saprebbe nuotare. Concetti forzati ? Forse, ma scava, scava ….

Il biliardo è un’altra storia. Il biliardo è il gioco più democratico del mondo, abbiamo citato Versailles, la Città del Vaticano, S. Vincent, ma date un’occhiata al bar sotto casa e ne vedrete quasi certamente uno.

Ho visto giocatori percorrere migliaia di chilometri, a proprie spese, senza riuscire a vincere una partita, ho visto centinaia di persone sedute su scomodissime tribune costruite con tubi innocenti, garantisco personalmente sulla correttezza del termine, resistere fino a notte fonda: unica concessione qualche pausa per mangiare una piadina o bere un caffé. Cosa li lega a questo gioco ? Molti non saprebbero rispondere, non riuscirebbero a spiegare un legame tanto forte.

Non credo siano mai state fatte ricerche, se qualcuno decidesse di provarci si sorprenderebbe dei risultati, scoprirebbe che quello agonistico è solamente uno degli aspetti, si comincia molto prima: le fasi che precedono l’inizio delle competizioni andrebbero filmate e proiettate nelle scuole, i riti propiziatori, i comportamenti dopo una sconfitta, fanno parte di un mondo complesso, affascinante, ricco di umanità. Imprenditori, impiegati, operai, disoccupati, ricchi, meno ricchi, poveri, intellettuali, presunti tali, gli immancabili stronzi, il biliardo azzera tutto, al momento dell’acchito, sono solamente persone che competono soprattutto con se stesse, consapevoli (molti …) che non diventeranno mai campioni. C’è gente che gioca da decenni e non ha mai vinto una gara, ma è ancora in grado di entusiasmarsi per una partita vinta o solamente per una giocata riuscita. Il Barone De Coubertin non c’entra, lo spirito è diverso, anche se non mancano le analogie. Perdonatemi l’ardire, ma non credo di poter essere smentito se affermo che questa società non sarebbe tanto mediocre se a guidare ogni azione non fosse l’interesse, se il valore non si misurasse solo in dollari, se l’entusiasmo avesse più spazio.

Banale? Troppi se? Ok. Passiamo oltre. Torniamo al biliardo.

Ho visto un mio amico avvocato (socio di uno studio tra i più affermati della città) mandare a quel paese il suo avversario, reo di avere vinto una partita in modo fortunoso e, mentre saliva sulla sua Mercedes, un transatlantico munito anche di bagno e doccia, gridare che prima o poi la fortuna sarebbe girata, che non poteva essere sempre così sfigato: nel contempo, a meno di cinque metri, il destinatario di quelle invettive (e di tanta presunta fortuna) tentava disperatamente di far partire la sua Skoda, che sembrava aver scelto quel parcheggio per spegnersi per sempre. Lo stesso avvocato in un’arringa difensiva arrivò a sostenere che il suo assistito, imputato per appropriazione indebita, giocava troppo bene a biliardo per essere colpevole e mentre il pubblico ministero si lamentava, tacciandolo di essere irrispettoso, il Giudice si limitò a sorridere. Dopo la lettura del verdetto di assoluzione, Sua Eccellenza avvicinò l’ormai ex imputato e raccontò un episodio di qualche anno prima: iscritto a una gara organizzata dall’Uisp, non gli fu permesso di giocare, per essere arrivato pochi minuti dopo il termine previsto, nemmeno i trecento chilometri percorsi, bastarono a convincere il giudice di gara, “Lei fu irremovibile, peccato non averla potuta condannare.”. Sorrise di nuovo, strinse la mano a entrambi e se ne andò. Raccontandomi l’episodio, Perry Mason si lasciò sfuggire “Noi giocatori di boccette siamo davvero un po’ stronzi”: non avevo mai considerato i giocatori di biliardo una categoria e risposi che erano gli avvocati a esserlo e tali rimanevano a prescindere dallo sport praticato. La battuta concluse la serata, ma sapevo che ci avrei rimuginato per settimane. Forse è nata in quel momento l’idea di scrivere un racconto, di cercare di far conoscere altri aspetti, non il gioco, ma l’umanità, le culture, i valori.

C’è un episodio a cui ho assistito personalmente che racconto spesso: dopo l'ennesima giocata fortunosa, che chiudeva la partita a suo favore, un ragazzo dall'aria per bene, si fece sfuggire un …. "ripetita juvant". Il suo avversario, lo guardò perplesso, quasi minaccioso, al punto che il giovanotto si affrettò a tradurre: "le cose ripetute giovano ... é latino", aggiunse quasi balbettando. Lo sguardo dell'altro si fece ancora più scuro, sembrava indeciso, poi incupito ma risoluto, sbottò: "Ma va a cagar, l'é frares" ... ma anche questo giova e soddisfatto della sua performance, allungandogli la mano, scoppiò in una risata fragorosa. Culture a confronto.

Una sera in un bar, che ospitava una delle tante gare minori, ero seduto in attesa del mio turno, riflettendo su tutto questo, quando si avvicinò un uomo, chiaramente alticcio, “Giochi anche tu ?” Cominciò a parlare prima che potessi rispondere, all’inizio non feci caso a quello che dicesse, poi tentai di capire qualcosa, per potermene liberare; parlava un italiano corretto, quasi forbito, ogni tanto mi guardava e si fermava come per lasciarmi spazio, qualche secondo e ricominciava, fintanto che non si alzò facendo cenno di andarsene “Sai perché mi piace il biliardo? Offrimi da bere e te lo dirò …” . Lo lasciai senza risposta, dovevo giocare, lui non si mosse, non perse una giocata, non staccò mai gli occhi dal panno. Attese fino alla fine, mi seguì nel parcheggio, dirigendosi sicuro verso la mia station wagon, non ricordavo di averlo incontrato in altre occasioni, ero curioso, ma non chiesi nulla, temevo di non liberarmene più, sembrava aver recuperato lucidità, mi raccontò del ragazzino che mi aveva battuto (lui usò il termine stracciato), un ragazzo taciturno, dall’aria triste, “Una famiglia di merda, una madre puttana, un padre ubriacone, e lui … un po’ ritardato, ma quando gioca diventa un Dio, precisione, tecnica, carattere … proprio un Dio ….” , mentre parlava le lacrime cadevano copiose, ma non se ne curava, stavo cercando le parole per non essere scortese, avevo fretta; a dire il vero, non me ne fregava niente delle frustrazioni di quello sconosciuto, cominciavo a spazientirmi, anche se per la verità lui non faceva niente per trattenermi; d’un tratto mi rivolse un ultimo sguardo e mi salutò con una vigorosa stretta di mano. Lo sguardo era lo stesso del ragazzino, l’unico che mi aveva rivolto al termine della partita, tendendomi la mano, come da cerimoniale. Fui sul punto di richiamarlo, i ruoli sembravano essersi invertiti, ma rimasi in silenzio. Non ho più dimenticato quegli occhi lucidi, fieri quanto disperati. Non l’ho più rivisto: il ragazzino invece l’ho incrociato spesso, educato, taciturno, occhi bassi e fare incerto, sempre a disagio, non l’ho mai visto ridere, l’ho visto piangere al funerale di un amico, un uomo di trentadue anni, che ha voluto essere sepolto con la maglia della sua squadra, una maglia azzurra con la scritta pubblicitaria di un imbianchino locale; la teneva stretta tra le mani quasi fosse un rosario, un gesto d’amore da accettare in silenzio. La moglie salutandomi mi confessò di sentirsi in colpa per tutte le volte che aveva rifiutato di accompagnarlo, “Non sono mai riuscita ad appassionarmi, mi sentivo un’intrusa, l’ho quasi odiato quando mi ha chiesto di seppellirlo con la divisa … non riuscirò mai a capirvi …” .

Ci sono cose che non si possono spiegare.

Ho un ricordo nitido di Mimmo, non ha mai smesso di giocare nemmeno durante la chemio, portava i segni della lotta impari, ma non si arrendeva, “Se mi fermo sono già morto”.

Ci sono cose che non si possono spiegare, ma possono aiutare a capire.

Una volta ho letto, non so più dove, che Billy Graham diceva di aver trovato Dio su un campo di golf, non specificava a quale buca, ma pazienza … non so se qualcuno ha fatto altrettanto giocando a boccette, snooker o carambola, quello che ho imparato è che spesso trovi risposte dove non avresti mai pensato di andarle a cercare.

mercoledì 25 giugno 2025

in pàràdìs i zcòr in diàlèt


Col sol in ti’oc an svéd gnént
at camini a la cieca …
at senti la càmora, i’udur ..
at vérz i palmùn.

Na nùvla la loga al sol …
at vérzi i’oc, na maravié
at vanzi a boca avérta …
na pèza ad mìrasòl, al par un quàdar
ad zà o d’là, i cùlur iat tol al fià …

At pensi ...
l’è un pcà che
la zént la n’ava mai imparà
a gòdras al pàràdis.


La traduzione ha poco senso, ma non si sa mai che capiti qualche straniero…
 
In paradiso parlano in dialetto

Con il sole negli occhi, non si vede niente
Cammini alla cieca …
Senti i rumori, gli odori …
Si aprono i polmoni.

Una nuvola nasconde il sole …
Apri gli occhi, una meraviglia
Resti a bocca aperta …
Un campo di girasoli, sembra di osservare un quadro, di qua o di là, i colori tolgono il fiato …

Pensi che è un peccato che la gente non abbia mai imparato a godersi la bellezza (il paradiso).

… ma senza la musicalità del dialetto, si riduce un po’ tutto. Un po’ come se la Roma giocasse con la maglia della Lazio …

martedì 25 febbraio 2025

L'ETA' DELLA RAGIONE

La vecchiaia è il compimento della vita, l’ultimo atto della commedia (Cicerone)


Il sorriso dell’infermiera annulla per un attimo la puzza di piscio che contraddistingue i cronicari per vecchi. Non è cattivo odore, è molto peggio. Un fetore che sa di morte. I pavimenti lucidi, le pareti bianchissime, la formica dei tavoli che brilla non fanno che accrescere il contrasto. Una tortura crudele che nemmeno l’affetto e la gentilezza riescono a mitigare. L’attesa del nulla, una dimensione sospesa dove c’è posto solo per la sofferenza.

Nessuno può davvero dire di conoscere quello che si prova se non ci è passato. Chi entra e esce non può immaginare, non può sapere. Solo la speranza che tutto finisca presto ti aiuta a sopportare. Eppure anche lì, convenzioni e meccanismi resistono stoicamente. Intorno al tavolo del salotto il posto d’onore spetta alla cariatide più carismatica. La sedia a rotelle non sconfigge la vanità: un filo di rossetto, una patina rossastra che invece di nascondere le rughe ottiene l’effetto contrario. Qualcuno apprezza o fa finta. Una botta di vita.


Filippo evita di farsi coinvolgere, all’inizio per non sembrare scostante aveva giocato a tombola, ascoltato l’animatrice leggere articoli di giornale. Il film: decine di sguardi vuoti puntati sullo schermo. Si era sentito soffocare. Soltanto le lunghe passeggiate nel parco riuscivano a dargli qualche sollievo.

Spesso si chiedeva quanto può essere crudele la vita ma subito abbandonava quel pensiero, troppa la vergogna per non aver mai notato prima queste tragedie. Quando ti senti invulnerabile guardi con fastidio tutto ciò che può scalfire le tue certezze.

E adesso perché gli altri dovrebbero tenderti una mano? Lo spettacolo deve continuare …

Lisetta si avvicina, gli porge un pacchetto e un bacio sulla guancia. Il calore di quelle labbra per un attimo lo riportano a una dimensione dimenticata. Una annotazione sull’agenda della segretaria del figlio, una commissione da sbrigare. I suoi figli. I lunghi silenzi. Ripensa a suo padre. Corsi e ricorsi. Adesso tutto era coperto da una pellicola opaca ma i rimpianti sopravvivono, al massimo si può tentare di ignorarli.

Il rito dello spago, il pacchetto aperto con uno strappo e un sorriso di apprezzamento. Nessuna sorpresa: il suo profumo preferito. Per la verità la sua attenzione più che al contenuto era rivolta all’involucro. Niente come le confezioni regalo rappresentano questa società: l’apparenza, lo sforzo di mostrarsi; l’inutilità dei regali è paragonabile soltanto all’impalpabilità della maggior parte delle cose che si fanno. Bisogna arrivare a questa età per accorgersi di tutto questo, per accorgerti che anche tu sei un numero, un automa costruito per obbedire.

Poco importa se a impartire gli ordini sei tu.

Lisetta lo guarda premurosa, lui la ricambia recitando diligentemente la parte. Non gli dispiacevano queste parentesi, gli permettevano di rivivere istanti di vita, a volte nitidi a volte confusi. “Auguri”. Un altro bacio stavolta più rumoroso.

Settantanove anni. Tanti, tantissimi eppure gli sembrano niente rispetto a tutte le vite che ha vissuto. Spesso si divertiva a ricostruirle: l’adolescenza, il matrimonio, la famiglia, la carriera. I suoi racconti. Le sue solitudini. Lei.

Era stata lei a regalargli quel profumo “Non è un regalo originale ma le cose pregiate non hanno bisogno di esserlo”.

Difende quei ricordi, li ha perfino scritti per poterli rileggere in caso di emergenza. Il suo tempo. Un tempo troppo breve. Peccato averla conosciuta così tardi … quando la ragione non ti consente di scegliere.

Non ti permetterò di cercarmi dentro i miei vuoti, di perderti nella speranza di ritrovarmi.

L’aveva incrociata in uno dei rari sorrisi sfuggito al suo viso eternamente imbronciato. Aveva cercato di evitarla, quando le ricordava la differenza di età lei sorrideva. Una volta la sentì sussurrare “Carpe diem” ma non aveva replicato. Una filosofia che non gli apparteneva o almeno così credeva. Aveva resistito, per la verità aveva finto di farlo poi si era lasciato andare. L’aveva toccata delicatamente temendo di scoprire un’altra illusione, uno dei tanti amori finiti in niente. Aveva scoperto di non essere più solo. Lunghi silenzi, piccole cose. Una dimensione sconosciuta, silenziosa, semplice, fatta di quella normalità che aveva sempre scambiato per noia.

Non aveva dato importanza ai primi segnali, un nome dimenticato, qualche piccola amnesia, momenti di vuoto. “Sono sempre stato sbadato” pensava ma l’inquietudine cresceva. Non voleva prendere in considerazione l’idea di sottoporsi a un’indagine medica. Poi l’episodio: una tavola imbandita, persone che mangiano conversando amichevolmente “Dove sono? Perché sto pranzando con queste persone?”

“Nonno mi hai comprato il regalo”

Riuscì a malapena a trattenere le lacrime, stringendo la bimba al petto. Qualcuno scambiò quel momento per commozione.

Anche adesso era commosso.

Il piano l’aveva studiato nei minimi particolari, rilesse il foglio gelosamente custodito nel taschino della giacca. La sua assenza non sarebbe stata notata, era normale non vederlo a pranzo. Il pullman poteva rappresentare un problema ma nessuno scarica un vecchio nemmeno se non ha il biglietto. Poteva incontrare qualcuno ma aveva pronta la scusa, sperava solo di non avere un vuoto proprio in quel momento ma avrebbe ripiegato sul silenzio. Toccò ancora una volta il taschino per sentirsi rassicurato.

L’attesa non gli pesava, gli piaceva osservare, ascoltare i rumori. Si accorse che stava canticchiando … il carretto passava e quell'uomo gridava gelati. Sorrise. Lei lo avrebbe preso in giro.

Ecco il pullman.

Sale una ragazza, minigonna vertiginosa, canottiera e zainetto. Qualcuno armeggia con i bagagli, una donna aiuta il figlio a salire. Quell’attimo di incertezza che precede ogni partenza. L’autista guarda che tutto sia a posto e sale. Filippo osserva restando seduto sulla panchina.

Un altro viaggio mancato.

Un respiro lungo, deve prepararsi al rientro. Quante volte ha pensato al mare come soluzione finale, l’acqua tiepida, nuotare fino allo stremo. L’ultimo gesto di libertà. A frenarlo non è la paura, anzi ci vuole più coraggio a guardare quel pullman partire che non a salirci. A frenarlo sono i suoi pensieri. Non vuole rinunciarci, vuole continuare a vivere i suoi ricordi e poco importa quanto costa farlo.


Agosto 2012